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Fu nel carcere che don Bosco intuì qual era la sua strada: incontrare i ragazzi detenuti gli fece vedere in loro “gli ultimi” ed avvertì l’urgenza di intercettare i ragazzi prima che venissero traviati.

Una data e una frase importante: la data 1841 la frase “ Vai per la città e guardati intorno”

Don Bosco arriva a Torino. Giovane prete di 26 anni. Dalla sua guida spirituale, don Giuseppe Cafasso, figura che ha rappresentato un valore aggiunto nell’andare verso i ragazzi in difficoltà, riceve questo consiglio: “Và e guardati attorno” Siamo nella zona dell’attuale Porta Nuova, i sobborghi erano zone di fermento e di rivolta. Cintura di desolazione. Adolescenti vagabondano per le strade. Si possono incontrare disoccupati, intristiti pronti a qualsiasi cosa.  Molto forte, oltre la povertà materiale, era la povertà morale e la fragilità in cui viveva la gente.

Alla porta Palatina, don Bosco era rimasto inorridito nel vedere quei giovani inoperosi, dalle loro vite rovinate, definiti al tempo “rosicchiati dagli insetti”: chissà come sarebbero andate le cose, se avessero incontrato qualcuno che si fosse preso cura di loro. Ecco è qui che comincia a farsi largo il metodo preventivo, quella grande e simpatica idea di arrivare prima che i ragazzi venissero a contatto con le persone che potevano fuorviarli.

Don Bosco alla “Generala” così si chiamava il ferrante Aporti nell’Ottocento, giovane prete, andando a trovare i giovani “pericolanti” detenuti nel carcere minorile ebbe, tra quelle mura,  l’intuizione del suo “sistema preventivo”.

Vista adesso, coi processi della pedagogia sociale, lo sviluppo del concetto di prevenzione e del lavoro di rete, è difficile capire la profondità dell’intuizione di don Bosco: ma all’epoca, sfruttando il suo giro di conoscenze, portava i ragazzi a fare formazione fra gli artigiani, stipulando i primi contatti di lavoro. Inventò la categoria di studenti e artigiani.

La sua grandiosa visione insomma, partiva dagli ultimi, dai derelitti, da quelle che ora si chiamano periferie esistenziali.  

In Evangelii Gaudium al n49 “Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Ripeto qui per tutta la Chiesa ciò che molte volte ho detto aio sacerdoti e laici di Buenos Aires: preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze.

Afferma ancora Papa Francesco: cerchiamo pure di essere una Chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se n’è andato o è indifferente.                          

Don Bosco diceva che in ogni giovane occorre individuare un punto su cui far leva perché ognuno ha delle capacità e potenzialità, a volte difficili da scoprire: e da quello si parte. Infatti sosteneva che “In ognuno di questi ragazzi, anche il più disgraziato, v’è un punto accessibile al bene. Compito di un educatore è trovare quella corda sensibile e farla vibrare.

Duecento anni dopo, possiamo riassumere il suo messaggio così: Il mondo è cambiato, ma don Bosco resta attuale.

-          Mi piacerebbe immaginare cosa farebbe oggi, con l’esplosione delle tecnologie. Computer, Tablet Smartphone, cellulari, Facebook, WhatsApp. Lui aveva una grande fiducia nella parola, sia orale che scritta: perciò, credo si sarebbe buttato a capofitto in quelli che chiamiamo i cortili digitali.

-          E anche sull’immigrazione (le continue tragedie nel mare di Lampedusa), non si sarebbe fatto attendere: avrebbe inventato qualcosa, senza perdersi negli sterili dibattiti della politica.

-          E con gli ultimi? Quelli che ti mandano a stendere, che non riescono ad integrarsi con la societe a far proprie le regole sociali. Immagino don Bosco che dice: “anche loro sono son figli nostri e non li possiamo dimenticare. A volte però, si tende a credere che un ragazzo, adulto cambierà per il nostro intervento: non è così, cambia solo se fa un processo di interiorizzazione. E i suoi tempi, non siamo noi a dettarli”  Dobbiamo aver chiaro che la persona cambia secondo i suoi tempi. Noi offriamo soltanto delle opportunità.

Tre attualizzazioni

  1. Riflettendo sulle parole di don Bosco “se avessero trovato un amico non sarebbero finiti alla Generala”  possiamo comprendere e collegare il pensiero di Papa Francesco che ci suggerisce di andare oltre la cultura dello “scarto”, che visitando le carceri si è così rivolto ai detenuti: “nessuno è uno scarto se voi siete qui dentro noi adulti abbiamo responsabilità”. Questo incontro si rinnoverà  il Giovedì Santo per la messa in Coena domini che sarà celebrata presso la casa circondariale di Rebibbia. Dove il papa Francesco nuovamente si piegherà per lavare i piedi ad alcuni detenuti e alcune detenute.
  2. Un’iniziativa, che suscita la mia sensibilità, ci arriva da lontano è “don Bosco a rotelle” cioè un movimento ideato dal salesiano don Jaime Reyes Retana, dell’ispettoria del Messico, che oggi coinvolge molti giovani impegnati a percorrere strade in cerca di persone che a seguito di infortunio o malattia sono costrette a muoversi con la sedia a rotelle, per aiutarle a capire che non sono condannate a disperazione e isolamento, ma che possono riconquistare autonomia fino ad essere di aiuto gli altri.
  3. Progetto di accoglienza detenuti nella parrocchia di San Massimo.

Il CPP sta riflettendo sulla possibilità di ospitare presso i locali della parrocchia detenuti in permesso premio che possono durare da 8 ore a qualche giorno, concessi dal Magistrato di Sorveglianza su richiesta dei detenuti che abbiano scontato una quantità di pena che varia dal reato commesso (di solito più della metà).

Una nota realistica le prime esperienza di accoglienza di don Bosco furono delle grandi fregature: gli portarono via di tutto, dalle coperte al cibo. Fu sua mamma che, per ovviare, mise i ragazzi a dormire in uno scantinato chiuso a chiave: perché anche questo fa parte del metodo educativo: se vuoi andare avanti, serve il buon senso. Accanto alla passione educativa, deve anche starci della razionalità.

Per seguire don Bosco e gli ultimi ci vuole  passione, coraggio e buon senso.

 

Editoriale

GLI ANZIANI NELLA BIBBIA

Il tema “anziani” è di scottante attualità soprattutto per noi occidentali che viviamo in una società che invecchia a vista d’occhio, e in cui il numero degli ultrasessantacinquenni ha abbondantemente ormai superato quello della popolazione sotto i vent’anni. L’Italia si conferma uno dei Paesi più vecchi al mondo. Con 151,4 persone over-65 ogni 100 giovani con meno di 15 anni, presenta uno degli indici di vecchiaia più alti al mondo. Tra i Paesi europei solo la Germania ha un valore più alto (158) mentre la media Ue28 è 116,6. Lo scrive l’Istat nel Rapporto annuale. La speranza di vita è di 79,6 anni per gli uomini e 84,4 per le donne. Anche in questo caso l’Italia è sopra la media europea (ANSA, 28 maggio 2014).
Se si cerca nella Bibbia una trattazione specifica sull’“anziano” e più ancora sui suoi rapporti con il resto del nucleo familiare, si troverà poco, perchè la Rivelazione divina, a differenza di quanto avviene spesso nella nostra società, non ha emarginato i vecchi, ma li ha considerati parte integrante del popolo di Dio, a pieno titolo oggetto e protagonisti al contempo del piano di salvezza di Dio. Eppure, anche se nella Bibbia manca una trattazione particolare degli anziani come gruppo, varie volte si parla della vecchiaia.

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