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(pubblicato su La Voce del Popolo, 21 giugno 2015) 

Due eventi verificatisi nelle ultime settimane nella zona Ovest di Torino ci hanno interrogato: una difficoltà dei lavoratori Ikea della sede di Collegno, che hanno visto annullarsi il contratto integrativo, soprattutto per coloro che lavorano nei week end, e la notizia dell'apertura notturna per sette giorni su sette del centro commerciale Carrefour “Le Serre”, di Grugliasco.

Senza entrare nel merito sindacale delle vicende, vogliamo porre, come Commissione “Lavoro” dell’Unità Pastorale di Collegno, alcuni  interrogativi di fondo.

Il perdurare del lavoro domenicale, e ora anche notturno (parliamo non dei servizi di pubblica utilità, ma dei grandi centri commerciali, con l’impiego di tanti lavoratori), anche in una fase di crisi economica, è proprio così necessario?


Il nostro interrogativo riguarda anche i supposti  “benefici” che innanzitutto gli utenti ricaverebbero da queste aperture 7 giorni su 7, 24 ore su 24. Ci interroga il modello di società che si sta costruendo, che sembra più attenta a soddisfare ogni più piccola esigenza di consumo, a tutte le ore (chi va a comprare beni voluttuari alle 3 di notte?) e in tutti i giorni della settimana, che a proporre modalità di aggregazione sociale, basata su valori più significativi  per il benessere delle persone.


Volgiamo lo sguardo anche ai lavoratori e alle lavoratrici impegnati nel lavoro festivo e notturno. In prima battuta, certo, appare una opportunità di lavoro in più. Andrebbe, però, meglio analizzato il vero saldo occupazionale finale, tenendo conto sia della perdita del piccolo commercio, sia della chiusura di molti punti vendita. In ogni caso, non si ottiene forse di rinunciare a quella socialità, soprattutto familiare, a quelle attività che, anche per i non credenti, tradizionalmente si svolgono nei giorni festivi? Con quali conseguenze, anche di lungo periodo, sul tessuto di una società? E’ proprio vero che tutti i giorni della settimana sono uguali?

Dal 9 al 13 novembre, a Firenze, sarà celebrato il quinto Convegno Ecclesiale Nazionale, dal titolo “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”. Ebbene, proprio a partire dai fatti citati all’inizio sembra di stringente attualità quanto scritto nel precedente appuntamento di Verona, nel 2006: “La festa deve ritornare ai suoi aspetti di tempo dedicato al rapporto con Dio, con la famiglia e con la comunità circostante, non tempo ‘vuoto’, riempito con l’evasione, il disimpegno e lo stordimento.”   

La Commissione Lavoro Unità Pastorale 45

Editoriale

GLI ANZIANI NELLA BIBBIA

Il tema “anziani” è di scottante attualità soprattutto per noi occidentali che viviamo in una società che invecchia a vista d’occhio, e in cui il numero degli ultrasessantacinquenni ha abbondantemente ormai superato quello della popolazione sotto i vent’anni. L’Italia si conferma uno dei Paesi più vecchi al mondo. Con 151,4 persone over-65 ogni 100 giovani con meno di 15 anni, presenta uno degli indici di vecchiaia più alti al mondo. Tra i Paesi europei solo la Germania ha un valore più alto (158) mentre la media Ue28 è 116,6. Lo scrive l’Istat nel Rapporto annuale. La speranza di vita è di 79,6 anni per gli uomini e 84,4 per le donne. Anche in questo caso l’Italia è sopra la media europea (ANSA, 28 maggio 2014).
Se si cerca nella Bibbia una trattazione specifica sull’“anziano” e più ancora sui suoi rapporti con il resto del nucleo familiare, si troverà poco, perchè la Rivelazione divina, a differenza di quanto avviene spesso nella nostra società, non ha emarginato i vecchi, ma li ha considerati parte integrante del popolo di Dio, a pieno titolo oggetto e protagonisti al contempo del piano di salvezza di Dio. Eppure, anche se nella Bibbia manca una trattazione particolare degli anziani come gruppo, varie volte si parla della vecchiaia.

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