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GLI ANZIANI NELLA BIBBIA

Il tema “anziani” è di scottante attualità soprattutto per noi occidentali che viviamo in una società che invecchia a vista d’occhio, e in cui il numero degli ultrasessantacinquenni ha abbondantemente ormai superato quello della popolazione sotto i vent’anni. L’Italia si conferma uno dei Paesi più vecchi al mondo. Con 151,4 persone over-65 ogni 100 giovani con meno di 15 anni, presenta uno degli indici di vecchiaia più alti al mondo. Tra i Paesi europei solo la Germania ha un valore più alto (158) mentre la media Ue28 è 116,6. Lo scrive l’Istat nel Rapporto annuale. La speranza di vita è di 79,6 anni per gli uomini e 84,4 per le donne. Anche in questo caso l’Italia è sopra la media europea (ANSA, 28 maggio 2014).
Se si cerca nella Bibbia una trattazione specifica sull’“anziano” e più ancora sui suoi rapporti con il resto del nucleo familiare, si troverà poco, perchè la Rivelazione divina, a differenza di quanto avviene spesso nella nostra società, non ha emarginato i vecchi, ma li ha considerati parte integrante del popolo di Dio, a pieno titolo oggetto e protagonisti al contempo del piano di salvezza di Dio. Eppure, anche se nella Bibbia manca una trattazione particolare degli anziani come gruppo, varie volte si parla della vecchiaia.

 

LA VISIONE BIBLICA DELLA VECCHIAIA

LA VECCHIAIA COME SIMBOLO DI ETERNITÀ
La vecchiaia è une categoria talora usata per simboleggiare l’eternità: Dio appare a Daniele sotto le sembianze di un vecchio con i capelli candidi come la lana (Dn 7,9); nell’Apocalisse, i ventiquattro vegliardi simboleggiano la corte di Dio che canta in eterno la sua gloria (Ap 4,4.10; 5,5-14: 7,11-13; 14,3; 19,4), trasposizione celeste dell’ufficio presbiterale terrestre, sul modello delle ventiquattro classi dei Sacerdoti (1 Cr 24,7-19), nel tardo giudaismo chiamati ‘Anziani’.

LA VECCHIAIA VISTA CON REALISMO
Ma in genere la vecchiaia è vista con estremo realismo, senza mitizzazione e senza disperazione. La tradizionale concretezza ebraica sa vedere la vecchiaia in taluni casi come tempo felice di serenità e di riposo, in cui l’anziano può godersi la famiglia, i figli, i nipoti e il frutto di un meritato lavoro, in altri come esperienza di malattia e di decadimento fisico, di abbandono e di emarginazione, di solitudine e di estrema povertà.
La vecchiaia come dono di Dio
Talora la vecchiaia è corona del giusto (Pr 10,27; 17,6): “i giusti nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi” (Sl 92,15); come Abramo e gli altri patriarchi amici di Dio, il giusto muore “sazio di giorni” (Gen 25,8), dopo una vecchiaia felice e florida (Gen 15,15), cosciente che la sua vita è stata piena (Sir 44,14-15). Un esempio è Tobi che muore a 112 anni: “egli aveva 62 anni quando divenne cieco: dopo la sua guarigione visse nella felicità, praticò l’elemosina e continuò sempre a benedire Dio e a celebrare la sua grandezza” (Tb 14,2). La stessa morte è spesso un momento sereno, vissuto nella dignità e nella benedizione riconoscente, attorniati dai figli cui si lascia esempio anche nel morire, e che ne terranno vivo il ricordo (si pensi alla morte di Giacobbe, Gen 49). Talora la morte è un sereno martirio, come per Eleazaro che, “facendo un nobile ragionamento, degno della sua età e del prestigio della vecchiaia cui si aggiungeva la veneranda canizie, e della condotta irreprensibile tenuta fin da fanciullo” (2 Mac 6,23), preferisce morire piuttosto che fingere di accettare l’idolatria, per “lasciare ai giovani nobile esempio, perchè sappiano affrontare la morte prontamente e generosamente per le sante e venerande leggi” (2 Mac 6,28). Altro che le morti attuali, momento sommo di alienazione, nell’anonimo abbandono in una corsia d’ospedale, dietro un paravento, tra l’indifferenza del vicini di letto, nella solitudine, spesso derubati del diritto di sapere, di vivere coscientemente questo momento riassuntivo delle vita!
La vecchiaia come tempo di decadimento e di malattia
La nostra cultura rifiuta ormai il concetto di invecchiamento: il mito per tutti è l’eterna giovinezza, e in fondo si pensa che, grazie ad una vita sportiva, alla cura del proprio fisico, ad una corretta alimentazione e soprattutto ai progressi della moderna medicina si giungerà a sconfiggere il decadimento senile e la stessa morte. Per questo si preferisce emarginare l’anziano ammalato in apposite strutture, si fa in modo che i bimbi non vedano il nonno grave o morente, la pubblicità ci presenta sempre persone giovani o, se anziane, in forma strepitosa: nella stessa réclame dei pannoloni per incontinenti, appaiono splendide cinquantenni da concorso di bellezza e non certo malandate vecchiette. Qoelet ci presenta invece la vecchiaia con crudo ma sereno realismo: “Ricordati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni in cui dovrai dire: <<Non ci provo alcun gusto>>, prima che si oscuri il sole, la luce, la luna e le stelle (ndr: le facoltà cerebrali...)...; quando tremeranno i custodi della casa (ndr: le braccia), e si curveranno i gagliardi (ndr: le gambe), e cesseranno di lavorare le donne della macina perchè rimaste in poche (ndr: i denti), e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre (ndr: gli occhi), e si chiuderanno le porte sulla strada (ndr: le orecchie); quando si abbasserà il rumore della mola (ndr: la voce), e ci si alza al cinguettio degli uccelli (ndr: sonno leggero) e si affievoliscono tutti i toni del canto (ndr: la sordità); quando si avrà paura delle alture (ndr: la difficoltà a salire) e degli spauracchi sulla strada (ndr: la difficoltà a camminare); quando fiorirà il mandorlo (ndr: la canizie) e la locusta si trascinerà a stento (ndr: il corpo diventa pesante), e il cappero non avrà più effetto (ndr: la perdita della libido e della capacità sessuale), perchè l’uomo se ne va alla dimora eterna, e i piagnoni si aggirano per la strada...: e ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e lo spirito torni a Dio che lo ha dato” (Qo 12).
E’ il realismo dell’ottantenne Barzillai che, invitato a corte da Davide, gli risponde: “Posso ancora distinguere ciò che è buono da ciò che è cattivo? Può il tuo servo ancora gustare ciò che mangia e ciò che beve? Posso udire ancora la voce dei cantori e delle cantanti? Perchè allora dovrei esserti di peso?” (2 Sam 19,36). Talora la morte è persino attesa come una liberazione: “O morte, come è amaro il tuo pensiero per l’uomo che vive sereno nella sua agiatezza, per l’uomo... ancora in grado di gustare il cibo! O morte, è gradita la tua sentenza all’uomo indigente e privo di forze, vecchio decrepito e preoccupato di tutto!” (Sir 41,1-2). Ma anche nel momento del degrado psico-fisico, della limitazione e del dolore il credente si affida con semplicità a Dio, che ha imparato in tutta la sua vita a riconoscere come colui che è sempre vicino nelle angosce: “Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla giovinezza... Non mi respingere nel tempo della vecchiaia, non mi abbandonare quando declinano le forze... Ora, nella vecchiaia e nella canizie, Dio, non abbandonarmi” (Sl 71,5.9.18).

ANZIANO E SOCIETA’

FUNZIONE DELL’ANZIANO NELLA SOCIETÀ BIBLICA
Nella moderna società, basata sul progresso continuo della scienza e della tecnica, il ruolo fondamentale è delle generazioni medio-giovani, che possiedono le novità culturali: è per tutti il problema è proprio l’aggiornamento... Così l’anziano si trova facilmente tagliato fuori, perchè le sue conoscenze sono spesso obsolete, e non più utili per stare al passo con l’evoluzione economica. Nel popolo ebraico, come in tutte le civiltà agricolo-pastorali, l’anziano non è emarginato, anzi è al centro della vita sociale, perchè è lui che possiede cultura e saggezza di vita sia riguardo ai problemi dell’economia (egli conosce i tempi delle semine, degli accoppiamenti degli animali, ecc...) che nell’ambito religioso e giuridico (egli è il depositario delle antiche tradizioni cultuali ed è la memoria storica delle leggi e delle usanze). Nella Bibbia, esiste una vera e propria “gerontocrazia”: gli “Anziani d’Israele” sono a capo delle comunità sin dal tempo dell’uscita dall’Egitto: sono quelli che nei vari gruppi di parentela hanno diritto di decisione, che come categoria (gerousìa, gruppo di vecchi) vengono convocati per dare al popolo le indicazioni per la festa di Pasqua (Es 12,21-28). Sono loro i primi testimoni oculari e auricolari dei grandi avvenimenti dell’Esodo, dagli interventi di Mosè presso il Faraone (Es 3,16-18; 4,29), alla presentazione dell’Alleanza al Sinai (Es 19,7), finchè Dio ordina a Mosè di scegliere settanta persone tra gli “Anziani di Israele”: “Radunami settanta uomini tra gli Anziani di Israele, conosciuti da te come Anziani del popolo... Io scenderò..., prenderò lo spirito che è su di te per metterlo su di loro, perchè portino con te il carico del popolo” (Nm 11,16-17; Es 24,1). Dopo l’insediamento di Israele nella terra di Canaan, i “Settanta Anziani” mantengono il potere giudiziario, politico e militare; durante la monarchia sono messi in secondo piano, ma gli Anziani restano le guide effettive delle comunità locali. Nell’esilio sono loro i custodi e i rappresentanti della comunità giudaica sia in Babilonia (Ger 29,1) che in madrepatria (Ger 26,17; Ez 8,1). Tra il terzo e il secondo secolo a.C. si forma il gruppo dei “Settanta Anziani del Sinedrio” (una sorta di “Senato”, assemblea di vecchi), che non appartengono nè al gruppo dei Sacerdoti nè, dal 70 a.C., a quello degli scribi. Sono loro che hanno un ruolo fondamentale nella condanna e nell’uccisione di Gesù: “Cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli Anziani..., poi venire ucciso’ (Mc 8,31); e Matteo, che scrive per gli ebrei, pone per quattro volte gli “Anziani del popolo” tra i protagonisti della Passione del Signore (Mt 21,23; 26,3.47; 27,1). Nelle prime comunità cristiane, sull’esempio della sinagoga giudaica, compaiono gli “Anziani”: “Costituirono quindi per loro in ogni comunità alcuni Anziani e dopo aver pregato e digiunato li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto” (At 14,23; cfr. At 11,30; 15,2.4.6; 16,4; 20,17; 21,18). Nasce così nella Chiesa il “collegio dei Presbiteri”, dal greco presbyteròi, “i più vecchi”, da cui l’italiano “prete” (1 Tm 4,14; 5,17-19; Tt 1,5): adesso il Sacramento dell’Ordine si dà a poco più che ventenni...

ASCOLTARE GLI ANZIANI
Nella Bibbia, comunque, gli anziani sono sempre da ascoltare, anche se non ricoprono ruoli istituzionali: “Come si addice il giudicare ai capelli bianchi e agli anziani intendersi di consigli. Come si addice la sapienza ai vecchi... Corona dei vecchi è un’esperienza molteplice, loro vanto è il timore dei Signore” (Sir 25,4-6); “Non trascurare i discorsi dei vecchi, perchè essi hanno imparato dai loro padri; da essi imparerai l’accorgimento e come rispondere a tempo opportuno” (Sir 8,9). Il tema dell’obbedienza alla saggezza dell’anziano si interseca profondamente con quello dell’obbedienza ai genitori: Isacco ubbidisce ad Abramo fino ad accettare di essere sacrificato (Gen 22,2-10); Giacobbe obbedisce al padre che lo invita a non prendere moglie tra le Cananee (Gen 28,6-7)...; fino a Gesù, il cui “cibo è fare la volontà” del Padre (Gv 4,34), esempio di obbedinza “fino alla morte, e alla morte di croce” (Fil 2,8). “Se un uomo avrà un figlio testardo e ribelle che non obbedisce nè alla voce del padre nè a quella della madre e... non dà loro retta..., allora tutti gli uomini lo lapideranno” (Dt 21,18-21). Più volte la Scrittura ripete: “Ascolta, figlio mio, l’istruzione di tuo padre, e non disprezzare l’insegnamento di tua madre” (Pr 1,8; 4,1; 6,8). E Paolo afferma: “Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perchè questo è giusto” (Ef 6,1); “voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore” (Col 3,20).

ONORA IL PADRE E LA MADRE
Ma i genitori non devono essere obbediti e rispettati solo perchè saggi: l’obbedienza e l’onore ai genitori sono in valore in sè. Dio li esige perchè da Lui emana ogni paternità, e le paternità terrestri sono icone e strumenti di quella divina: “Non chiamate nessuno <<padre>> sulla terra, perchè uno solo è il Padre vostro, quello del cielo” (Mt 23,9). Infatti tramite i genitori e i loro sacrifici Dio dona la vita: “Onora tuo padre con tutto il cuore, non dimenticare i dolori di tua madre, ricorda che essi ti hanno generato; che darai loro in cambio di quanto ti hanno dato?” (Sir 7,27-28). L’onore ai trasmettitori della vita è sancito da un comandamento, il primo di quelli verso il prossimo (Es 20,12; Dt 5,16); Paolo, facendone esegesi, nota: “Onora tuo padre e tua madre”: è questo il primo comandamento associato a una promessa: “Perchè tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra” (Ef 6,2-3): il Signore infatti promette longevità e felicità a chi onora i genitori. Nel Levitivo il comando di onorare i genitori è addirittura messo insieme all’osservanza del sabato (Lv 19,2), e il rispetto agli anziani è messo sul piano del timor di Dio: “Alzati davanti a chi ha i capelli bianchi, onora la persona del vecchio e temi il tuo Dio”: e la conclusione: “Io sono il Signore vostro Dio” giunge a dare una particolare sacralità a questo comando (Lv 19,32). Il Siracide è chiarissimo al riguardo: “Il Signore vuole che il padre sia onorato dai figli; ha stabilito il diritto della madre sulla prole. Chi onora il padre espia i peccati; chi riverisce la madre è come chi accumula tesori. Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera. Chi riverisce il padre vivrà a lungo; chi obbedisce al Signore dà consolazione alla madre. Chi teme il Signore rispetta il padre e serve come padroni i genitori. Onora tuo padre a fatti e a parole, perchè scenda su di te la sua benedizione... Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Anche se perdesse il senno, compatiscilo e non disprezzarlo... Poichè la pietà verso il padre non sarà dimenticata, ti sarà computata a sconto dei peccati... Chi abbandona il padre è come un bestemmiatore, chi insulta la madre è maledetto da Dio” (Sir 3,1-16). Chi onora i genitori quindi “espia i peccati..., accumula tesori..., avrà gioia dai propri figli..., sarà esaudito nel giorno della sua preghiera..., vivrà a lungo..., avrà benedizione”. C’è da chiedersi se non è proprio perchè emargina gli anziani che la nostra società muore nei propri peccati, ha tanta povertà, non ha gioia dai propri figli, non vede esaudite le proprie aspirazioni, è spesso cultura di morte e di maledizione...!

IL DISPREZZO DEI VECCHI
Guai a chi disprezza i genitori! “L’occhio che guarda con scherno il padre e disprezza l’obbedienza alla madre, sia cavato dai corvi della valle e divorato dagli aquilotti” (Pr 30,17); “Non disprezzare un uomo quando è vecchio, perchè anche alcuni di noi invecchieranno... (ndr: notare la fine ironia...)” (Sir 8,6). In Ezechiele il disprezzo dei genitori è elencato tra le più gravi trasgressioni, sullo stesso piano del sacrilegio e dell’idolatria, dell’omicidio, dell’incesto e di ogni sorta di libidine (Ez 22,7-12). Lo stolto disprezza i genitori (Pr 15,20; 23,22), gli empi non han riguardo per la canizie del vecchio (Sap 2,10). Guai a chi maledice i genitori: sarà messo a morte (Es 21,17), vedrà spegnersi la sua lucerna nel cuore delle tenebre (Pr 20,20). Il disprezzo degli anziani è visto dai profeti come segno dello sfascio del paese: siamo alla catastrofe più grave quando “non si è usata pietà agli anziani” (Lam 4,16; cfr Bar 4,15; 2 Cron 36,17; Dt 28,50), “i volti degli anziani non sono stati rispettati” (Lam 5,12), quando “il giovane tratterà con arroganza l’anziano” e i vecchi non avranno più posti di responsabilità nel paese (Is 3,1-5). E sarà segno della fine escatologica quando gli uomini saranno “egoisti, amanti del denaro..., ribelli ai genitori, ingrati, senza religione, senza amore” (2 Tm 3,2-3).

LA PIETÀ VERSO I GENITORI E GLI ANZIANI
La Bibbia ribadisce l’importanza di trattare bene i propri genitori; chi li maltratta, cioè si comporta con loro in maniera non conveniente ai loro bisogni, “sia maledetto!” (Dt 27,16): e per gli ebrei la maledizione è qualcosa di concreto, è essere privati di ogni bene da Dio; e chi non è riconoscente con chi gli ha dato la vita, offende Dio stesso, fonte prima della vita; perciò non è neppure degno di vivere: “dovrà essere messo a morte..., il suo sangue ricadrà su di lui” (Lv 20,9). “Chi rovina il padre e fa fuggire la madre è un figlio disonorato ed infame” (Pr 19,26). Contro chi cerca l’onor del mondo dopo avere emarginato i genitori, la Parola di Dio è chiara: “Chi deruba il padre e la madre e dice: <<Non è peccato>>, è compagno dell’assassino” (Pr 28,24). Anche Gesù, che più volte nella sua predicazione richiama il comandamento verso i genitori (Mt 15,4; 19,19), si scaglia contro coloro che, facendo offerta sacra (korbàn) di beni al tempio, pretendevano poi di stornarli dall’aiuto da dare ai genitori: “Perchè trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione? Dio ha detto: <<Onora il padre e la madre>> e inoltre: <<Chi maledice il padre e la madre sia messo a morte>>. Invece voi asserite: <<Chiunque dice al padre o alla madre: “Ciò con cui ti dovrei aiutare è offerto a Dio”, non è più tenuto a onorare suo padre e sua madre>>. Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: <<Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me>>” (Mt 15,3-8; Mc 7,6-13). Gesù ci insegna quanto concreto sia l’“onore” che Dio ci richiede verso i genitori: è innanzittutto aiutarli economicamente, sistemarli socialmente, provvedere ai loro bisogni effettivi, reali, profondi: non bastano pie parole o attestazioni di affetto. Inoltre il Signore ci mette in guardia dal pericolo di emarginare gli anziani in nome di vari “valori”: la convivenza familiare, il lavoro, la carriera, l’alloggio, la moglie e i figli e le loro necessità (vacanze, viaggi, quieto vivere... perchè il vecchio magari sporca, perde le bave, bisogna pulirlo, di notte grida...). A volte si usa come pretesto l’impegno politico, sindacale, la scelta di vita per il Signore... E talora assistiamo anche nelle comunità religiose a vere e proprie forme di emarginazione dei confratelli o delle consorelle anziani, magari ammassati in un unico cronicario, messi da parte, in nome proprio della disponibità all’annuncio del Vangelo, laddove più dovrebbe essere evidente il segno della fratellanza e dell’obbedienza al comando di Dio di amarci “non a parole nè con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1 Gv 3,18). Certo, il Regno ha priorità anche sugli affetti parentali (Mt 10,35.37; Lc 9,59-62): ma dobbiamo chiederci se talora non amiamo il prossimo... a spese dei più prossimi! Ci ammonisce Paolo: “Figli o nipoti..., imparino prima a praticare la pietà verso quelli della propria famiglia e a rendere il contraccambio ai loro genitori, poichè è gradito a Dio” (1 Tm 5,4). L’anziano andrà poi sempre trattato con particolare carità e pazienza: “Non essere aspro nel riprendere l’anziano, ma esortalo sempre come fosse tuo padre..., e le donne anziane come madri” (1 Tm 5,1). Già queste pagine della Scrittura ci impongono un severo esame di coscienza: ma non dimentichiamo che nei rapporti con gli anziani valgono tutti gli altri comandi evangelici: amare il prossimo come se stessi (Lc 25,27), dar da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, dare alloggio a chi non ne ha, vestire gli ignudi e visitare i malati (Mt 25,31-46), lavarci i piedi a vicenda (Gv 13,15), farci servi degli altri (Mc 9,35), riconoscendo Cristo nei fratelli (Mt 25,40).

ANZIANI INTEGRATI NEL TESSUTO COMUNITARIO
Concludendo la riflessione sul rapporto tra gli anziani e la società secondo la Bibbia, ciò che più colpisce è che in fondo l’argomento sia appena accennato nelle Scritture, e che i vecchi non “facciano problema” a parte, nè che costituiscano realtà a sè nella comunità: sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento essi sono coinvolti nella pienezza della vita comunitaria, della catechesi, della liturgia, dell’impegno pastorale. Essi non sono solo oggetti dell’attenzione comunitaria, ma sono soggetti, protagonisti, nella vita del popolo di Dio. Ecco quindi l’urgenza di ridare loro dignità nella Chiesa e nelle nostre comunità, recuperando il loro patrimonio di saggezza, di esperienza, di spiritualità. I vecchi Simeone e Anna (Lc 2,25-38) sono il prototipo dell’anziano che annuncia la Salvezza, che proclama quella fede che, come già abbiamo visto parlando dell’infanzia, solo può derivare dalla testimonianza e dall’ascolto di chi l’ha avuta prima di noi (Sl 44,2; 78,3-7; Es 13,8-16; Dt 6,20-25; Rm 10,14): “Nella vecchiaia e nella canizie..., io annunzi la tua potenza, a tutte le generazioni le tue meraviglie” (Sl 71,18). Che senso hanno quindi “Gruppi Anziani” chiusi alla vita comunitaria, “Case per Anziani”, talora anche per preti o religiosi, estraniate dal tessuto sociale ed ecclesiale, lontane dal cuore della vita della Chiesa? Ogni comunità deve interrogarsi su come fare dei vecchi, anche se malati, soggetti di evangelizzazione, riconoscendo loro “ministeri” specifici, utilizzandone le risorse per la preghiera, per l’annuncio del Vangelo ai fratelli, per il possibile servizio nella carità, dando così un segno forte e concreto di quella fraternità per cui saremo riconosciuti come discepoli del Signore (Gv 13,35), e utilizzando così i carismi di quello Spirito che soffia dove vuole (Gv 3,8), non secondo la logica di produttività di questo mondo, ma secondo la sapienza di Dio che “ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” (1 Cor 1,27-28).

SPIRITUALITA’ DELL’ANZIANO
Papa Francesco, nell’Udienza Generale di mercoledì 11 marzo 2015 ha detto: “Una prima cosa è importante sottolineare: è vero che la società tende a scartare noi anziani, ma di certo non il Signore. Il Signore non ci scarta mai. Lui ci chiama a seguirlo in ogni età della vita, e anche l’anzianità contiene una grazia e una missione, una vera vocazione del Signore. L’anzianità è una vocazione. Non è ancora il momento di <<tirare i remi in barca>>. Questo periodo della vita è diverso dai precedenti, non c’è dubbio; dobbiamo anche un po’ <<inventarcelo>>, perché le nostre società non sono pronte, spiritualmente e moralmente, a dare ad esso, a questo momento della vita, il suo pieno valore. Una volta, in effetti, non era così normale avere tempo a disposizione; oggi lo è molto di più. E anche la spiritualità cristiana è stata colta un po’ di sorpresa, e si tratta di delineare una spiritualità delle persone anziane. Ma grazie a Dio non mancano le testimonianze di santi e sante anziani! insiste che Dio che <<ci chiama a seguirlo in ogni età della vita, e anche l’anzianità contiene una grazia e una missione, una vera vocazione del Signore>>”.
La Scrittura rivolge all’anziano l’annuncio della lieta novella del Regno: Cristo morto e risorto libera ogni uomo dal male, dal peccato e dalla morte e lo chiama ad essere figlio stesso di Dio (At 2,14- 3,26)! Spesso nella Chiesa priviamo i vecchi di questo liberante messaggio: ce ne interessiamo come oggetto di solidarietà, creiamo per loro Centri di aggregazione o di incontro, e non siamo capaci di annunciare con forza il “kèrigma”, il nucleo della nostra fede, cioè che solo nel Risorto l’uomo ha salvezza (Lc 24,46-49). Tutti sanno come nei vari “Gruppi Anziani” sia facile raccogliere consensi organizzando gite, feste, o conferenze mediche di argomenti geriatrici; e come sia difficile parlare di quei temi di spiritualità e di fede presumibilmente più vicini alla condizione dell’anziano: il senso della malattia e della sofferenza, l’Unzione dei malati, la morte e la resurrezione. Eppure questo è lo specifico dell’annuncio cristiano, la grande risposta ai problemi più profondi dell’uomo, risposta che solo la fede può dare: Gesù è il Salvatore! Questa è la “grande gioia per tutto il popolo” (Lc 2,10-11)! E’ questo pertanto il dono più grande che possiamo e dobbiamo fare agli anziani, e che gli anziani devono fare ad altri vecchi: aiutarli ad incontrare Cristo, a radicarsi nella preghiera e nell’ascolto della Scrittura, corroborarli con i Sacramenti, farne apostoli a loro volta del Vangelo. Dall’abbandono amoroso al Signore può veramente nascere una nuova qualità di vita, che assume i limiti, la stanchezza, le involuzioni proprie dell’età, trasformando le inevitabili tribolazioni in serena speranza, nella forza e nella luce dello Spirito. E la Scrittura ha una Parola specifica per le condizioni dell’anziano.

LA SAPIENZA DEL CUORE
La Bibbia ammonisce: “Vecchiaia veneranda non è longevità, nè si calcola dal numero degli anni; ma la canizie per gli uomini sta nella sapienza, e un’età senile è una vita senza macchia” (Sap 4,8-9); la vera canizie “si trova nella via della giustizia” (Pr 16,31). Giobbe riporta il discorso di Eliu: “Pensavo: <<Parlerà l’età e i canuti insegneranno la sapienza>>. Ma essa è un soffio nell’uomo; l’ispirazione dell’Onnipotente lo fa intelligente: non sono i molti anni a dare la sapienza, nè sempre i vecchi distinguono ciò che è giusto” (Gb 32,6-9). Addirittura “meglio un ragazzo accorto che un re vecchio e stolto” (Qo 4,13). La sapienza può essere retaggio della gioventù: “Ho più senno degli anziani perchè osservo i tuoi precetti” (Sl 119,100); “una giovinezza giunta in breve alla perfezione condanna la lunga vecchiaia dell’ingiusto” (Sap 4,16). Anzi, l’anziano che pecca fa colpa più grave, come i settanta anziani che bruciano incenso agli idoli (Ez 8,11) o come i due anziani che insidiano la casta Susanna (Dn 13; cfr Sir 25,4: “detestabile è il vecchio adultero privo di senno!”); nella Passione di Gesù sono gli Anziani, con i Sacerdoti, a decidere di arrestarlo (Mt 26,3), a mandare Giuda con una folla per catturare il Signore (Mt 26,47), a decretare la sua condanna a morte (Mt 27,1), a persuadere il popolo a chiedere la liberazione di Barabba (Mt 27,20), a schernire Gesù sulla croce (Mt 27,41), a corrompere le guardie perchè neghino la sua resurrezione (Mt 28,12); sono gli Anziani poi a sobillare il popolo contro Stefano (At 6,12), a portare in giudizio gli apostoli (At 4,5; 5,21) e Paolo (At 24,1). “Guai se l’iniquità è uscita per opera degli anziani..., che solo in apparenza sono guide del popolo” (Dn 13,5). Il profeta Daniele rimprovera così l’anziano peccatore: “O invecchiato nel male! Ecco, tuoi peccati commessi in passato vengono alla luce” (Dn 13,52), sottolineando come spesso l’età accentui i vizi della giovinezza; perciò il libro dei Proverbi invita: “Abitua il giovane secondo la via da seguire, neppure da vecchio se ne allontanerà’ (Pr 22,6); e il Siracide afferma: “Nella giovinezza non hai raccolto; come potresti procurarti qualcosa nella vecchiaia?” (Sir 25,3): una vecchiaia santa si prepara con tutta una vita di maturazione e di crescita nella fede, così come una morte santa è il frutto di un lungo cammino incontro al Signore.
Non è facile invecchiare bene. Occorre prepararsi “fin dalla giovinezza” (Sl 71,5), curando la propria spiritualità, operando una vera e propria ascesi per arrivare alla Sapienza interiore. Afferma il Pontificium Consilium pro laicis: “<<Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore>> (Sl 89,12): uno dei <<carismi della longevità>>, secondo la Bibbia, è la saggezza, ma la saggezza non è prerogativa automatica dell’età. E’ un dono di Dio che l’anziano deve accogliere e prefiggersi come meta, per conseguire quella sapienza del cuore che consente di saper <<contare i propri giorni>>, cioè di vivere con senso di responsabilità il tempo che la Provvidenza concede a ciascuno. Nucleo di questa sapienza è la scoperta del senso più profondo della vita umana e del destino trascendente della persona in Dio. E se questo è importante per il giovane, lo è tanto più per l’anziano, chiamato a orientare la propria vita non perdendo mai di vista la <<sola cosa necessaria>> (cfr Lc 10, 42)”#.

DECALOGO DELLA SPIRITUALITA’ DELL’ANZIANO
1. Perseverare nella Fede
Non è facile invecchiare bene. Soprattutto quando il tempo passa, quando svaniscono gli entusiasmi iniziali della conversione o della gioventù, il credente è chiamato alla perseveranza, virtù quanto mai oggi in crisi. Gesù insiste sulla necessità di perseverare nella Fede: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8): la venuta del Signore si realizzerà al momento della nostra morte, e Gesù sa che con il passare degli anni, con l’accumularsi delle prove, delle disillusioni e delle ferite della vita, è sempre più difficile confidare in lui e a lui affidarsi.
L’anziano è quindi chiamato ad aderire con gioia al Signore, per farsi rinnovare in profondità da lui, per attingere da lui perenne freschezza e vitalità. Nella Bibbia c’è quasi un compiacimento nel descrivere la vecchiaia come tempo in cui Dio può operare prodigi inattesi per il credente: si pensi alla nascita miracolosa di Isacco per i vecchi Abramo e Sara (Gen 18,11-14), a quella del Battista per gli anziani Zaccaria ed Elisabetta (Lc 1,18). E Paolo sottolinea che è la fede che può rendere la vecchiaia un tempo di fecondità:
“Che diremo dunque di Abramo, nostro antenato secondo la carne...? Abramo ebbe fede in Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia... Eredi quindi si diventa per la fede, perché ciò sia per grazia... Infatti sta scritto: <<Ti ho costituito padre di molti popoli>>; (egli è nostro padre) davanti al Dio nel quale credette, che dá  vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono. Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: <<Così sarà la tua discendenza>>. Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo -aveva circa cento anni- e morto il seno di Sara. Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia. E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato come giustizia, ma anche per noi, ai quali sarà egualmente accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (Rm 4,1-25).
La grandezza di Abramo fu quindi di sperare in Dio che “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc 1,52), che “ha scelto ciò che nel mondo... è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” (1 Cor 1,18): con lui la vecchiaia accoglie la potenza di Dio e diventa segno della nuova creazione che il mistero pasquale di Morte e Resurrezione di Cristo opera nell’“uomo vecchio”, segnato dai limiti della creaturalità e del peccato (Col 3,9-10)
Non tutti gli anziani sperimentano nella loro vita terrena i prodigi che Dio ha compiuto per i vecchi Abramo e Sara, o per Zaccaria ed Elisabetta; ma tutti sanno che nella loro età è inscritta la potenza del Dio della vita, pronto a trasfigurarli nel suo Regno, dove “tergerà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà più la morte, nè lutto, nè lamento, nè affanno, perchè le cose di prima sono passate” (Ap 21,4), perchè egli farà “nuove tutte le cose”, dando “gratuitamente a colui che ha sete acqua della fonte della vita” (Ap 21,5-6). Perciò l’anziano credente può concludere, con Paolo: “Se anche il nostro uomo esteriore cade in sfacelo, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno” (2 Cor 4,16).
La vecchiaia è quindi sempre tempo di grazia, sia che già sperimenti, con un inatteso vigore, l’opera potente di Dio, sia che, in una situazione di decadimento e di malattia, divenga testimonianza (in greco “martyrìa”, da cui la parola “martirio”) della fiduciosa speranza in Dio Signore e Padrone della vita (Nm 27,16; Dt 32,39; Qo 9,9; Sap 16,13; Sir 23,1.4; Ez 18,4) che chiama alla resurrezione della carne e alla beatitudine del Paradiso.
2. Perseverare nella Speranza
Anche la Speranza spesso viene messa in crisi nell’invecchiare: spesso l’anziano è un brontolone, sempre pronto a criticare tutto ciò che vede e a rimpiangere i tempi passati. Molte volte anzi si insinua la depressione: l’età anziana è quelle che ha maggior incidenza di suicidi rispetto a tutte le età della vita.
3. Perseverare nella Carità
Ma pure la Carità tende a diminuire. Gesù afferma che all’“inizio dei dolori… per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà. Ma chi persevererà sino alla fine, sarà salvato” (Mt 24,8-13). E’ vero: quando incominciano le prove, le difficoltà, le malattie, spesso si affievolisce il nostro slancio di amore. Anche Pietro sa che quando si va verso la fine della vita, la dimensione che va più in crisi è proprio l’amore: “quando la fine di tutte le cose è vicina, soprattutto conservate tra voi una grande carità” (1 Pt 4,7-8). Andando avanti negli anni di vita cristiana, l’attenzione più grande deve proprio essere quella a perseverare nell’amore. E’ la grande sfida dell’invecchiare da cristiani: in un’età in cui si è portati a chiudersi in se stessi, preoccupati delle proprie malattie e del proprio declino, occorre più che mai coltivare “una grande carità” (1 Pt 4,8). Diceva agli anziani Giovanni Paolo II: “Non vi lasciate sorprendere dalla tentazione della solitudine interiore. Nonostante la complessità dei vostri problemi…, voi non siete né dovete sentirvi ai margini della vita della Chiesa, elementi passivi di un mondo in eccesso di movimento, ma soggetti attivi di un periodo umanamente e spiritualmente fecondo dell’esistenza umana. Avete ancora una missione da compiere, un contributo da dare”#.
Un problema particolare è saper invecchiare nel matrimonio. Il prolungarsi della vita media dell’uomo e della donna crea nuove sfide nella vita di coppia, “lasciando ai coniugi un periodo di vita comune di circa trent’anni dopo l’esaurimento della fase di procreazione e prima socializzazione dei figli, in un’età in cui il matrimonio ha esaurito in larga misura la sua carica erotica e la coppia ha concluso il suo compito educativo” (G. Campanini#). Sempre più frequenti sono le crisi coniugali in età avanzata, perché si perde l’attrazione fisica verso il coniuge, si vede esaurito un progetto comune, si spera di vivere una nuova giovinezza attraverso rapporti con partner molto più giovani o comunque diversi. Lo nota Papa Francesco: “Il prolungarsi della vita fa sì che si verifichi qualcosa che non era comune in altri tempi: la relazione intima e la reciproca appartenenza devono conservarsi per quattro, cinque o sei decenni, e questo comporta la necessità di ritornare a scegliersi a più riprese. Forse il coniuge non è più attratto da un desiderio sessuale intenso che lo muova verso l’altra persona… Non possiamo prometterci di avere gli stessi sentimenti per tutta la vita. Ma possiamo certamente avere un progetto comune stabile, impegnarci ad amarci e a vivere uniti finché la morte non ci separi, e vivere sempre una ricca intimità... È un voler bene più profondo, con una decisione del cuore che coinvolge tutta l’esistenza”#; “Il vincolo trova nuove modalità ed esige la decisione di riprendere sempre nuovamente a stabilirlo. Non solo però per conservarlo, ma per farlo crescere. È il cammino di costruirsi giorno per giorno”#.
4. Rinascere nello Spirito
L’uomo a qualunque età è invitato da Dio a lasciare tutto e seguirlo, a fare Esodo dai suoi Egitti, dalle sue terre di schiavitù e di oppressione, verso la Terra Promessa, a stringere Alleanza con Dio, a convertirsi perchè il Regno di Dio è vicino (Mt 4,17), a vivere la sequela radicale di Cristo secondo lo spirito delle Beatitudini (Mt 5,1-11), chiamato alla Santità e all’essere perfetto come è perfetto il Padre dei cieli (Mt 5,48). Perciò anche gli anziani di anni possono e devono liberarsi dalla vecchiaia spirituale, dall’“uomo vecchio con la condotta di prima, che si corrompe dietro alle passioni ingannatrici, e rinnovarsi nello spirito della mente, e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità verà” (Ef 4,22-24). Non c’è limite d’età per “spogliarsi dell’uomo vecchio con le sue azioni, e rivestire il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore” (Col 3,9-10). Ad ogni età bisogna “togliere via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poichè siete azzimi” (1 Cor 5,7). Ad ogni età bisogna farsi come bambini, per entrare nel Regno dei cieli (Lc 18,17). Ad ogni età “se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove” (2 Cor 5,17). E a Nicodemo che esplicitamente chiede: “Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?” (Gv 3,4), Gesù risponde rivelando il segreto della vera eterna giovinezza: “In verità, in verità ti dico: se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel Regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne, e quel che è nato dallo Spirito è Spirito” (Gv 3,5-6). Sta quindi all’anziano di aderire con gioia al Signore, per farsi rinnovare in profondità da lui, per attingere da lui perenne freschezza e vitalità, con la certezza che i prodigi dell’Altissimo, come Dio stesso dimostrò con Abramo e Sara (Gen 18,11-14) e con Zaccaria ed Elisabetta (Lc 1,18), possono avvenire ad ogni età.
L’anziano che aderisce al Signore sarà attento a non chiudersi al nuovo, ma si manterrà aperto alla verità: guai ad una falsa fedeltà alla tradizione, che non sia pronta ad accogliere la novità del Regno! Già nell’Antico Testamento il grande peccato era proprio la sclerocardìa, l’indurimento del cuore: è il peccato del Faraone (Es 4,21; 7,3), di Israele ribelle a Dio (Sl 4,3; 17,10; 81,13; 95,8; Ger 7,24; 9,13; Ez 2,4;3,7; 11,19; 36,26; Is 63,17; Zc 7,12...); e Gesù si scaglia più volte contro la sclerosi di cuore di coloro che restano attaccati alle usanze interpretative della legge e non si aprono al Vangelo (Mc 3,5; 10,5), o restano incapaci a comprendere l’originalità dell’intervento di Dio nella storia (Mc 6,52; Lc 24,25).
5. Accettare i propri limiti e imparare a mendicare
La vecchiaia è segno della logica fondamentale della vita cristiana, quella della croce (Mt 16,24), del farsi piccoli (Lc 9,46-48), del diminuire perchè gli altri crescano (Gv 3,30), del chicco di grano che se “caduto in terra, non muore, rimane da solo, se invece muore produce molto frutto” (Gv 12,24), del perdere la propria vita per conservarla in eterno (Gv 12,25). In questo senso è anche da comprendere lo strano messaggio della Genesi che ci dice che Dio abbreviò la vita dell’uomo, che nei patriarchi antidiluviani arrivava fino ai novecentossessantanove anni di Matusalemme (Gen 5): “Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perchè egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni” (Gen 6,3). Di fronte alla pretesa dell’uomo di autosufficienza, di divinizzarsi da solo (si pensi al mito dei giganti di Gen 6,4 o al peccato della torre di Babele di Gen 11...), Dio pone la vecchiaia, con il suo decadimento, come segno di una salvezza che giunge solo per la grazia di Dio, come abbiamo meditato nel succitato passo della lettera ai Romani (Rm 4,1-25).
Enzo Bianchi parla della necessità “di esercitare, nell’età anziana, la <<pazienza>>, dal greco hypomoné, parola che contiene l’idea del <<restare sotto>> (hypó), per sostenere certo, ma che implica anche una sottomissione. Sì, ci si deve mettere sotto per restare sotto. Pazienza non è resa ma sottomissione. Proprio la debolezza che si incontra con la vecchiaia autorizza alla pazienza, che diventa però una forza, una grande forza capace di perseveranza”.
Paolo addirittura si gloria delle proprie debolezze, perché esse sono il luogo dove splende la potenza di Dio: “Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: <<Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza>>. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,7-10).
Il cardinal Martini affermò: “Un proverbio indiano narra di quattro stadi della vita dell’uomo. Il primo è lo stadio in cui si impara; il secondo è quello in cui si insegna o si servono gli altri; nel terzo si va nel bosco, il bosco profondo del silenzio, della riflessione, del ripensamento… Nel quarto stadio, particolarmente significativo per la mistica e l’ascetica indù, si impara a mendicare; l’andare a mendicare è il sommo della vita ascetica… E l’età in cui la rinuncia ai propri beni significa la capacità di presentarsi con la mano destra aperta, per ricevere umilmente il pane quotidiano. Mendicare significa dipendere dagli altri - ciò che non vorremmo avvenisse mai -, e dobbiamo prepararci. Il tempo del bosco ci prepara, prepara il momento che può avvenire oggi, domani o dopodomani, secondo la volontà del Signore”#. Gesù aveva detto a Pietro: “<<In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi>>. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: <<Seguimi>>” (Gv 21,18-19). Dobbiamo imparare la sequela del Signore anche in questo portare la croce dietro di lui#. Ma, conclude il cardinal Martini, anche quando viene il tempo in cui la nostra vita dipende sempre più dagli altri, non dovremmo mai perdere la gioia cristiana, anzi diventare capaci di “godere di questo fatto... I vecchi devono imparare a ritirarsi dalle loro responsabilità e contemplare maggiormente l’unità delle cose”#.
6. Testimoniare la gioia anche nella sofferenza
Fondati nella fede, nella speranza e nella carità, gli anziani daranno un senso anche alle loro sofferenze, completando, come Paolo, in senso escatologico, “ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24), confortati anche dall’Unzione dei malati, segno tangibile della vicinanza del Signore anche nel tempo della prova e del dolore.
Una grande prova degli anziani è testimoniare la gioia della Fede anche nelle tribolazioni, negli acciacchi, nelle malattie proprie dell’età.
I cristiani dovranno infatti essere “pieni di gioia e di Spirito Santo” (At 13,52) anche nella tribolazione, anche nel dolore: “(Gli apostoli) se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù” (At 5,41).
Paolo è testimone di questa gioia anche nella sofferenza, nella tribolazione (thlìpsis): “Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione” (2 Cor 7,4); “E se anche il mio sangue deve essere versato in libagione... sono contento, e ne godo con tutti voi. Allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me” (Fil 2,17-18); “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi” (Col 1,24); “Voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione” (1 Ts 1,6); “Rallegratevi nel Signore sempre, ve lo ripeto ancora, rallegratevi...! Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla” (Fil 4,4-5). La gioia di Paolo è un “ostinato <<malgrado tutto>>” (Barth).
La lettera agli Ebrei afferma: “Avete accettato con gioia di esser spogliati delle vostre sostanze” (Eb 10,34).
E Pietro: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perchè anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare” (1 Pt 4,13).
E Giacomo: “Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove” (Gc 1,2).
La gioia “sempre” è dunque il distintivo del cristiano, la cartina al tornasole di una fede autentica, che riposa sull’amore di Dio e che a lui si affida. Il cristiano dovrebbe essere riconoscibile ovunque per la sua serenità, per il suo ottimismo, per il suo cuore pacificato e pacificante, per la sua speranza, per la sua allegria: questa dovrebbe essere la migliore testimonianza dell’Evangelo, la “Gioiosa Novella”. E una fede non a parole, ma nei fatti, è quella che riesce a tradurre nella concretezza della vita le verità professate con la bocca, è quella che cala il divino annuncio di liberazione nelle profondità del cuore, nei meandri della psiche, accendendo nell’intimo dell’uomo, in ogni circostanza, una festa senza fine.
7. Vivere l’oggi
Un grande insegnamento di Gesù, di straordinaria importanza per quando viviamo il tempo della vecchiaia e della malattia, è il: “Non affannatevi dunque per il domani, perchè il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena” (Mt 6,34).
Spesso buona parte delle nostre angosce, quando siamo anziani o infermi, nascono dalla paura del futuro: quale sarà la diagnosi della mia malattia? E risponderò alle cure? Quanto mi resta da vivere? Soffrirò molto? Chi mi assisterà? Come farò a lavorare? Quali problemi creerà la mia malattia e la mia morte ai miei famigliari? Chi penserà a loro?... In tal modo spesso ... ci fasciamo la testa prima di essercela rotta, viviamo nella paura per problemi che poi spesso si risolvono. Chi vive teso sul domani, immagina paure e prove che già anticipa nella sua mente, “mentre non sapete cosa sarà domani!” (Gc 4,14).
Ma in ogni caso vivendo preoccupati per il domani ci alieniamo nel futuro e non siamo capaci di vivere il presente, di godere delle grazie e dei doni che l’oggi ci porta. Invece ogni giorno, anche per il malato più grave, per il paziente terminale, è un dono di Dio, da cui dobbiamo saper trarre motivo di lode e di riconoscenza: ogni giorno ci può portare un sollievo dell’anima e o del corpo, un’esperienza di bellezza, di amore, di amicizia, di solidarietà, di gioia, una più alta intimità con il Signore... Scriveva Papa Giovanni XXIII, nel suo ‘Decalogo della quotidianità’:
“1. SOLO PER OGGI, cercherò di vivere alla giornata, senza voler risolvere il problema della mia vita tutto in una volta.
2. SOLO PER OGGI, avrò la massima cura del mio aspetto: vestirò con sobrietà; non alzerò la voce; sarò cortese nei modi; non criticherò nessuno; non pretenderò di migliorare o disciplinare nessuno tranne me stesso.
3. SOLO PER OGGI, sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell’altro mondo, ma anche in questo.
4. SOLO PER OGGI, mi adatterò alle circostanze, senza pretendere che le circostanze si adattino tutte ai miei desideri
5. SOLO PER OGGI, dedicherò dieci minuti del mio tempo a qualche buona lettura, ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo, così la buona lettura è necessaria alla vita dell’anima.
6. SOLO PER OGGI, compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno.
7. SOLO PER OGGI, farò almeno una cosa che non desidero fare; e se mi sentirò offeso nei miei sentimenti, farò in modo che nessuno se ne accorga.
8. SOLO PER OGGI, mi farò un programma: forse non lo seguirò a puntino, ma lo farò. E mi guarderò da due malanni: la fretta e l’indecisione.
9. SOLO PER OGGI, crederò fermamente, nonostante le apparenze, che la buona provvidenza di Dio si occupa di me come nessun altro esistente al mondo.
10. SOLO PER OGGI, non avrò timori. In modo particolare non avrò paura di godere di ciò che è bello e di credere alla bontà.
Posso ben fare, per DODICI ORE, ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare per tutta la vita!
<<BASTA A CIASCUN GIORNO IL SUO AFFANNO>>”.
E’ un’atteggiamento di grande sapienza spirituale, indispensabile per vivere nell’obbedienza al Signore e nella sua pace il tempo della malattia...
9. Pregare
L’anziano, come Giobbe, pregherà per i suoi figli e offrirà ogni giorno sacrifici per i loro peccati (Gb 1,5).
Afferma Papa Francesco: “La vecchiaia, in modo particolare, è un tempo di grazia, nel quale il Signore ci rinnova la sua chiamata: ci chiama a custodire e trasmettere la fede, ci chiama a pregare, specialmente a intercedere; ci chiama ad essere vicino a chi ha bisogno… Gli anziani, i nonni hanno una capacità di capire le situazioni più difficili: una grande capacità! E quando pregano per queste situazioni, la loro preghiera è forte, è potente!”. Nell’Udienza generale di mercoledì 11 marzo 2015 il Papa ha poi esortato: “Cari nonni, cari anziani…, diventiamo anche noi un po’ poeti della preghiera: prendiamo gusto a cercare parole nostre, riappropriamoci di quelle che ci insegna la Parola di Dio. E’ un grande dono per la Chiesa, la preghiera dei nonni e degli anziani! La preghiera degli anziani e dei nonni è un dono per la Chiesa, è una ricchezza! Una grande iniezione di saggezza anche per l’intera società umana: soprattutto per quella che è troppo indaffarata, troppo presa, troppo distratta. Qualcuno deve pur cantare, anche per loro, cantare i segni di Dio, proclamare i segni di Dio, pregare per loro! Guardiamo a Benedetto XVI, che ha scelto di passare nella preghiera e nell’ascolto di Dio l’ultimo tratto della sua vita! E’ bello questo! Un grande credente del secolo scorso, di tradizione ortodossa, Olivier Clément, diceva: <<Una civiltà dove non si prega più è una civiltà dove la vecchiaia non ha più senso. E questo è terrificante, noi abbiamo bisogno prima di tutto di anziani che pregano, perché la vecchiaia ci è data per questo>>. Abbiamo bisogno di anziani che preghino perché la vecchiaia ci è data proprio per questo. E’ una cosa bella la preghiera degli anziani. Noi possiamo ringraziare il Signore per i benefici ricevuti, e riempire il vuoto dell’ingratitudine che lo circonda. Possiamo intercedere per le attese delle nuove generazioni e dare dignità alla memoria e ai sacrifici di quelle passate. Noi possiamo ricordare ai giovani ambiziosi che una vita senza amore è una vita arida. Possiamo dire ai giovani paurosi che l’angoscia del futuro può essere vinta. Possiamo insegnare ai giovani troppo innamorati di sé stessi che c’è più gioia nel dare che nel ricevere. I nonni e le nonne formano la <<corale>> permanente di un grande santuario spirituale, dove la preghiera di supplica e il canto di lode sostengono la comunità che lavora e lotta nel campo della vita. La preghiera, infine, purifica incessantemente il cuore. La lode e la supplica a Dio prevengono l’indurimento del cuore nel risentimento e nell’egoismo”.
8. Educare alla Fede
Quando l’anziano si converte accogliendo il Regno di Dio e credendo nel Signore, si rinnova nello Spirito Santo e può diventare davvero, in comunità, modello di virtù ed educatore delle giovani generazioni. Dice Paolo: “I vecchi siano sobri, dignitosi, assennati, saldi nella fede, nell’amore e nella pazienza. Ugualmente le donne anziane si comportino in maniera degna dei credenti; non siano maldicenti nè schiave di molto vino; sappiano piuttosto insegnare bene, per formare le giovani all’amore del marito e dei figli, ad essere prudenti, caste, dedite alla famiglia, buone, sottomesse ai propri mariti, perchè la Parola di Dio non debba diventare oggetto di biasimo” (Tt 2,2-5).
Certo, la funzione educativa dei genitori nei riguardi dei figli, nell’Antico Testamento, non è certo ispirata dai principi della moderna pedagogia: basti leggere il Siracide: “Chi ama il proprio figlio usa spesso la frusta...; chi accarezza un figlio ne fascerà poi le ferite...” (Sir 30,1-13); “frusta e correzione in ogni tempo sono saggezza” (Sir 22,6); o il libro dei Proverbi: “Chi risparmia il bastone odia suo figlio” (Pr 13,24; cfr Pr 23,13-14). Ma nel Nuovo Testamento invece si afferma: “Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perchè non si scoraggino” (Col 3,21). E già nel Siracide c’era l’invito a intervenire con delicatezza nei riguardi dei giovani, senza interferire nelle cose che a loro piacciono: “Parla, o anziano, ciò ti si addice, ma con discrezione, e non disturbare la musica” (Sir 32,3); anzi, talora l’anziano dovrà saper tacere: “Non vergognarti di correggere il vecchio decrepito che disputa con i giovani” (Sir 42,8). Nella dolcezza i genitori alleveranno i figli nella vita cristiana: “Voi, o padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell’educazione e nella disciplina del Signore” (Ef 6,4).
Il vero credente insegnerà come Tobi: “Ora, figli, vi comando: servite Dio nella verità e fate ciò che a lui piace. Anche ai vostri figli insegnate l’obbligo di fare la giustizia e l’elemosina, di ricordarsi di Dio, di benedire il suo nome per sempre, nella verità e con tutte le forze” (Tb 14,8).
Ha detto Papa Francesco: “Ai nonni, che hanno ricevuto la benedizione di vedere i figli dei figli (cfr Sl 128,6), è affidato un compito grande: trasmettere l’esperienza della vita, la storia di una famiglia, di una comunità, di un popolo; condividere con semplicità una saggezza, e la stessa fede: l’eredità più preziosa! Beate quelle famiglie cha hanno i nonni vicini! Il nonno è padre due volte e la nonna è madre due volte. In quei Paesi dove la persecuzione religiosa è stata crudele, penso, per esempio, all’Albania, dove mi sono recato domenica scorsa, in quei Paesi sono stati i nonni a portare i bambini a essere battezzati di nascosto, a dare loro la fede. Bravi! Sono stati bravi nella persecuzione e hanno salvato la fede in quei Paesi!”. “L’anziano deve divenire sempre più consapevole di avere ancora un futuro da costruire, perché non è esaurito il suo impegno missionario di testimoniare ai piccoli, ai giovani, agli adulti, ai suoi stessi coetanei che al di fuori di Cristo non c’è senso né gioia e ciò sia nella vita personale che nella vita con gli altri” (Pontificium Consilium pro laicis#). Dice ancora Papa Francesco: “Molte volte sono i nonni che assicurano la trasmissione dei grandi valori ai loro nipoti e <<molte persone possono constatare che proprio ai nonni debbono la loro iniziazione alla vita cristiana>>#. Le loro parole, le loro carezze o la loro sola presenza aiutano i bambini a riconoscere che la storia non inizia con loro, che sono eredi di un lungo cammino e che bisogna rispettare il retroterra che ci precede”#.
10. Attendere lo Sposo
La “speranza” dei Cristiani è quindi un fatto reale, già attuato, al punto che Paolo parla della “speranza che vi attende nei cieli” (Col 1,5), e ci invita a “vivere... nell’attesa della beata speranza” (Tt 2,13): “Animati da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: <<Ho creduto, perciò ho parlato>> anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui” (2 Cor 4,13-14); “Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli. Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste... Così, dunque, siamo sempre pieni di fiducia e, sapendo che finchè abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione. Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore” (2 Cor 5,1-8).
Talora i cristiani aspettano il ritorno del Signore con la noia con cui... si aspetta il tram alla fermata. Il Vangelo ci invita all'entusiasmo, alla veglia gioiosa, ad uscire da un cristianesimo “addormentato” (Mc 13,36), per attendere il Signore con l'ansia con cui l’innamorata aspetta l’innamorato (Ct 3,1-4; 5,2). Diceva il cardinal Pellegrino: “Il monito di Paolo è chiaro e deciso: <<Se la nostra speranza in Cristo fosse circoscritta soltanto a questa vita, saremmo i più miserabili di tutti gli uomini!>> (1 Cor 15,19). Come l’apostolo anela a salpare dal porto dell’esistenza terrena per <<essere con Cristo>> (Fil 1,23), il cristiano pienamente consapevole della sua vocazione sa cosa significa l’<<impazienza di Dio>>…, il <<querere Deum>> del salmista…, l’immagine del cervo che anela alla fonte d’acqua viva (Sl 42)”.
Quando a Giovanni XXIII viene annunciata l’imminente morte per un tumore allo stomaco, risponde con il Salmo: “Esultai quando mi dissero: <<Andremo alla casa del Signore>>” (Sl 121,1).
E al Segretario Mons. Capovilla che gli annunciava tra le lacrime che era alle ultime ore di vita, il Papa rispondeva: “E tu mi dici piangendo quella che è la più bella notizia per un cristiano?”.
Gli anziani veglieranno nell’attesa del Signore (Mt 24,42; 25,13), “pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese..., simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa” (Lc 12,35-36). E la morte non farà più loro terrore: ma con lo Spirito e la sposa diranno: “Vieni!” (Ap 22,17) a Gesù, lo Sposo che dice: “Sì, verrò presto” (Ap 22,20), e che “tergerà ogni lacrima dai loro occhi: non ci sarà più la morte, nè lutto, nè lamento, nè affanno” (Ap 21,4).
Pietro nella sua prima lettera dice del nostro rapporto con Gesù: “Voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime” (1 Pt 1,8-9). Che il nostro invecchiare sia davvero l’attesa della manifestazione dell’Amato!

Carlo Miglietta

 

 

 

Editoriale

GLI ANZIANI NELLA BIBBIA

Il tema “anziani” è di scottante attualità soprattutto per noi occidentali che viviamo in una società che invecchia a vista d’occhio, e in cui il numero degli ultrasessantacinquenni ha abbondantemente ormai superato quello della popolazione sotto i vent’anni. L’Italia si conferma uno dei Paesi più vecchi al mondo. Con 151,4 persone over-65 ogni 100 giovani con meno di 15 anni, presenta uno degli indici di vecchiaia più alti al mondo. Tra i Paesi europei solo la Germania ha un valore più alto (158) mentre la media Ue28 è 116,6. Lo scrive l’Istat nel Rapporto annuale. La speranza di vita è di 79,6 anni per gli uomini e 84,4 per le donne. Anche in questo caso l’Italia è sopra la media europea (ANSA, 28 maggio 2014).
Se si cerca nella Bibbia una trattazione specifica sull’“anziano” e più ancora sui suoi rapporti con il resto del nucleo familiare, si troverà poco, perchè la Rivelazione divina, a differenza di quanto avviene spesso nella nostra società, non ha emarginato i vecchi, ma li ha considerati parte integrante del popolo di Dio, a pieno titolo oggetto e protagonisti al contempo del piano di salvezza di Dio. Eppure, anche se nella Bibbia manca una trattazione particolare degli anziani come gruppo, varie volte si parla della vecchiaia.

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